Mentre gli addetti ai lavori si affannano nella ricerca di una univoca e condivisa definizione di Comunicazione Sociale, il mercato si appropria dei suoi linguaggi. Improvvisamente tutte le scelte sono etiche, i cibi biologici, le energie pulite. Il linguaggio si svuota del suo significato e si riscrive la grammatica degli sponsor dove tutte le cose di cui si parla diventano merce, oggetto di consumo.
In una società che dovrebbe crescere e diversificarsi in nome di una multiculturalità che arricchisca tutti, i media propongono con sempre più rinnovato vigore un mondo appiattito e globalizzato dove la paura della diversità si vince con l’uniformità dei consumi.
Gli spazi dedicati alla cosiddetta comunicazione sociale, per lo più istituzionali, che i media sono obbligati a concedere, sono esigui. In più, il settore della comunicazione che dovrebbe occuparsi della pubblica utilità e del benessere collettivo ha perduto da tempo l’oggetto stesso della sua ricerca. Il cosiddetto tessuto sociale è oggi talmente diversificato e complesso che è davvero difficile immaginare un tipo di comunicazione che raggiunga tutti e che si occupi davvero del bene di tutti.
È per questo che, forse, hanno sempre più valenza sociale quegli spazi intermedi che si creano tra singolo e collettività dove gruppi più o meno numerosi di persone trovano il modo di condividere idee, azioni, bisogni, lotte, progetti, creatività.
Parliamo delle associazioni, delle ong, delle onlus, degli enti no-profit, delle minoranze artistiche e culturali, di tutti quelli che si riuniscono al di fuori dei confini istituzionali e partitici.
Queste realtà chiedono di poter comunicare col mondo esterno. E benché si affermino sempre più nuove forme di comunicazione che, specialmente attraverso internet, potranno essere a disposizione di un numero sempre più ampio e diversificato di persone, c’è bisogno – crediamo - proprio di un modo nuovo di comunicare che possa offrire a ognuno mezzi e linguaggi attraverso i quali sentirsi davvero rappresentati.
Per questo abbiamo scelto di definire sensibile, la ricerca di Artigiani Digitali. Il termine nella sua duplice accezione definisce una comunicazione che può essere percepita, sentita e che, nello stesso tempo, percepisca e senta fortemente sue le tematiche che si trova di volta in volta ad affrontare. Una comunicazione che sia partecipativa e che sappia anche ascoltare.
Perché riteniamo che oltre alle competenze tecniche siano proprio la sensibilità, la capacità di ascolto e osservazione, la volontà di cercare linguaggi nuovi che eludano la tentazione di utilizzare standard e ritornelli abusati imposti dalla comunicazione commerciale, gli elementi necessari per la ricerca di un linguaggio che accorci le distanze tra chi parla e chi ascolta, tra individuo e collettività per una comunicazione che dia voce a tutte quelle realtà che normalmente non hanno né visibilità né dialogo con l’esterno.
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